Astro Edizioni - Pestilentia - Stefano Mancini

Pestilentia

4.5 su 5 in base a 2 valutazioni del cliente
(2 recensioni dei clienti)

Fantasy epico post-apocalittico e distopico, narrativa per ragazzi young adult.

 

 

 13,90

L'autore

Stefano Mancini

Stefano Mancini

Laureato in giornalismo e iscritto all’Ordine dei professionisti dal 2005, lavora come redattore presso un’importante testata nazionale ed è direttore di “Aragorn servizi editoriali”.

Ha pubblicato l’acclamata trilogia high-fantasy composta dai romanzi Le paludi d’Athakah, Il figlio del drago e Il crepuscolo degli dei (Linee Infinite edizioni, 2013-2015).

I suoi altri libri sono: La spada dell’elfo (Runde Taarn edizioni, 2010) e Il labirinto degli inganni (AndreaOppure editore, 2005).

 

Fantasy epico post-apocalittico e distopico, narrativa per ragazzi young adult.

Un ragazzo in fuga da qualcosa che non doveva essere liberato.

È l’inizio della fine.

Quattro secoli dopo, il mondo è un ammasso purulento. Una pestilenza ha spazzato via quasi ogni forma di vita, e il gelo ha stretto nella sua morsa gli ultimi superstiti.

Quando la setta eretica della Mors atra trafuga la più potente reliquia della Chiesa di Nergal, ultimo faro contro la decadenza, padre Oberon si ribella. E convoca Eckhard, cavaliere della Fratellanza. Ispirato dalla fede, questi si metterà sulle tracce della ladra Shree e del suo insolito compagno di viaggio, un eretico appartenente alla razza dei gha’unt.

Perché la reliquia va recuperata a ogni costo. O il suo segreto trascinerà nel baratro la chiesa, condannando il mondo all’oblio.

2 recensioni per Pestilentia

  1. 5 di 5

    :

    “Pestilentia” è un romanzo crudo, ambientato in un mondo sull’orlo dell’estinzione, dove impera una temibile pestilenza, la gente vive al freddo, nell’ombra, lottando per racimolare quel poco di cibo e calore che possa permettere loro di sopravvivere un giorno in più. Su tutto aleggia l’ombra della Chiesa di Nergal e lo strapotere dei suoi sacerdoti, uomini posti un gradino sopra tutti gli altri, voce e espressione del potente Dio il cui culto si è prepotentemente imposto, cancellando le precedenti religioni e unificando le coscienze della popolazione. Qualcuno vi ha trovato fede, un pizzico di speranza nel futuro, qualcun altro l’ha vista come un’opportunità per prendere il potere, e consolidarlo. Come spesso accade, nel mondo reale e nella finzione letteraria, la verità ha molte facce, dipende sempre dall’angolo da cui la si guarda.
    “Pestilentia” è un romanzo contemporaneo, attualissimo, che offre spunti di riflessione al lettore attento, oltre che una bella avventura sanguigna e battagliera. È un romanzo che pone delle domande, a chi legge e anche a chi vive nel romanzo, ai personaggi stessi che più volte si interrogano sui motivi che li spingono ad agire, sostenuti dalla fede o dalle loro filosofie di vita, giungendo persino a metterle in discussione. È un romanzo che fa riflettere sulla fede religiosa, indipendentemente dal Dio a cui uno è fedele, su quanto può essere sincera, falsa, inculcata o estremizzata, e sugli effetti che una fede assoluta può avere, in termini di massificazione delle coscienze, di privazione del libero arbitrio, di predestinazione e ovviamente di lotta armata. È proprio il rapporto tra uomo, in quanto individuo, solo e unico, e come tale passibile di errare, e l’intera comunità di fedeli, vista come qualcosa di grande, di enorme, di universale quasi, il punto più interessante della riflessione, su cui Aelis e Eckard inizialmente dibattono, e per quanto la simpatia del lettore per la giovane eroina sia evidente e giustificata dal bisogno istintivo di proteggere la nostra libertà, di coscienza, pensiero e azione, anche la fede genuina di Eckard, ravvivata da un lutto personale, strapperà un sorriso anche al lettore più materialista. Su tutto, comunque, aleggia un senso di disperazione che affligge il mondo, un mondo di cui vediamo ben poco, immerso nella nebbia, travolto da povertà, fame e miseria. Un mondo diverso da quelli solitamente proposti nei romanzi fantasy, ricchi di grandi città, opulenti regni traboccanti di affascinanti angoli naturali o stravaganti creature.
    Il mondo di “Pestilentia” è, come il romanzo e i suoi personaggi, nudo e crudo, visto senza patine o lenti colorate, così come gli uomini, con le loro azioni, lo hanno fatto diventare. Eppure, in questo panorama di desolazione, una fiamma brucia ancora, a sufficienza da scaldare l’animo degli ultimi combattenti, di Aelis, ad esempio, che non ci stanno, che vogliono dire no. No a tante cose, alle fedi fasulle, alle discriminazioni, alle ingiuste accuse di cui il suo popolo è stato sommerso, al dominio delle coscienze. Ultimi eroi di un mondo prossimo al collasso, ma pronti comunque a dare la vita per difendere il loro diritto di viverci. In questo, il romanzo è un sogno di libertà, che può decisamente insegnare, soprattutto a chi, assuefatto dagli agi del presente, non ne ha ancora capito il giusto valore.

  2. 4 di 5

    :

    Se cercate un fantasy atipico in cui il buono non è buono come sembra e il ritardato diventa l’eroe di turno, dove non ci siano orecchie a punta e barbe intoccabili a ogni spron battuto e il mondo non sia ricco e fiorente rappresentato nella classica mappa, ecco che Pestilentia sicuramente fa per voi.
    E’ la prima opera di Mancini che affronto e sono curiosa di leggere ancora di lui, nel complesso la trama regge ed è ben sviluppata, oltre al finale di cui non posso che dire bene e niente di più per non spoilerare il libro. Lo stile di scrittura è fluido, talvolta tende a “sedersi” diventando un po’ noioso, per poi riprendersi subito. Buono il vocabolario, anche se si son notate alcune limitazioni, pochi i refusi, per fortuna, a detta dell’editore in fase di definitiva eliminazione con una prossima riedizione del formato digitale.

    L’ambientazione non viene molto spiegata, ma nel suo sfocato grigiore rispecchia perfettamente l’idea di un mondo volto non solo al declino, ma decisamente alla sua morte definitiva, sancita dal morbo che lo percorre e dall’inverno quasi perenne che lo chiude in una morsa letale. Quello descritto è un mondo post-apocalittico, ma non come quelli cui siamo abituati, è un mondo chiaramente fantasy che ha subito una pesante catastrofe. La società è una comunità allo sfacelo, raccolta attorno all’unica speranza dell’umanità, la Chiesa di Nergal, che sembra ancora riuscire a sopravvivere all’avanza della Morte Nera, il morbo che ha devastato il mondo e unita contro il nemico comune nel più becero dei razzismi violenti.
    La trama è lineare su due fronti principali, uno che segue le vicende di Shree e Gleb, in fuga dal cavaliere Eckhard, l’altro è una ben calibrata lotta di potere e giochi politici all’interno del mondo ecclesiastico della Chiesa di Nergal; trama che risulta ben strutturata e congegnata, lineare e semplice, ma con i dovuti e misurati colpi di scena. Forse su alcune scene di inseguimento è un po’ forzata per far andare le cose come dovevano andare, ma non se ne ha davvero una sensazione pesante e disturbante, sicuramente la cosa è personale in quanto sono fin troppo esigente io e trovo sempre qualche illogicità nei testi.
    I personaggi sono ben approfonditi, crescono passo passo assieme allo svolgersi delle vicende, crescono come solo gli uomini sono in grado di fare e decidono di conseguenza, rendendosi artefici di un destino che appare ormai chiaro e ineluttabile, tuttavia cercano forse di cambiarlo o di completarlo.
    Particolare la scelta di porre accanto alla protagonista, Shree, il personaggio di Gleb, un ragazzo che mostra quella che potrebbe essere considerata una forma di ritardo mentale, sotto molti punti di vista. Ed è fenomenale la crescita di questa figura che da secondaria diventa a tutti gli effetti comprimaria nello svolgimento della narrazione.
    Ottimamente reso l’animo umano e fervente di Vikas, la giustizia cieca di Eckhard, il potentato del Sommo Padre.

    Profonde e incisive le considerazioni di natura religiosa, sia di fede che di mera politica che vengono messe in campo, funzionali alla storia ma che indubbiamente instillano nel lettore parallelismi con la realtà e dubbi (legittimi o meno sta alla coscienza di ciascuno) sul sentire e sulla percezione che si ha della religione, qualunque essa sia, nella nostra vita comune. Alla faccia di chi ancora pensa che il fantasy sia un mero genere di intrattenimento per bambini incapace di dare messaggi profondi, su questo testo si potrebbero aprire infinite discussioni filosofiche e teologiche.
    Il finale è da premio: è a dir poco atipico e qualunque cosa possiate pensare detto questo, sappiate che state sbagliando.

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